Il nude look contemporaneo? Hot

Ho letto di recente un articolo su I-D che titola: “ I brand emergenti usano sempre di più il sesso per vendere – Allusioni e vedo non vedo sono ormai fuori moda. “ Bizzarro, ho pensato ironicamente. Poi scorro e guardo la foto, due donne che fanno palesemente sesso, belle, vere, persone reali con le parti hot pixelate. Eckhaus Latta per la PE 2017, scattata da Heji Shin, sceglie sedici coppie di non modelli non professionisti, di etnie e orientamenti sessuali diversi conferendoli perpetua fama durante le loro effusioni più intime. Il sesso, è ovvio, vende, ma citando testualmente l’articolo: “Si tratta di una campagna pubblicitaria che ha portato il vecchio proverbio “il sesso vende” a un nuovo livello.” 

Intanto stavano sudando davvero perchè davvero facevano sesso.

Che il sesso venda non c’è dubbio, è scontato direi. Molti artisti contemporanei hanno da tempo sorpassato gli ormai beceri strumenti di marketing legati agli oli per lucidare gli addominali e legati a sedicenti fashion blogger. Per lo meno ci sarà forse una scrematura naturale tra le candidate al porno e le reali appassionate di moda e costume.

Ma allora qual’è questo nuovo livello del marketing sessuale? Come affermano da diversi anni sociologi e intellettuali, il sesso non fa più perno sugli attuali consumatori costantemente bombardati da ogni tipo di immagine, velata e non. Proprio perchè hanno ragione, abbiamo quindi valicato il confine della privacy, totalmente. Benvenuti, siamo dall’ altra parte, non si torna indietro. Quindi si, siamo bombardati dal sesso, ma dal sesso dei nostri vicini di casa! Porca paletta! Continuo ad essere titubante ad usare i social perchè, seppur centellinando l’utilizzo rivolto principalmente al lavoro, subisco volente o nolente immagini prive di bellezza che vorrei non immagazzinare nel subconscio per risputarle senza difesa nei sogni.
Voglio fare sogni belli, cavolo!

Ecco cosa è sconcertante, ecco che cosa fa ancora vendere: il sesso privato, privato sul serio. Quello che anche se non vuoi sapere come fa l’amore Sig.ra Lilly di Caserta potresti rischiare di avere tra i contatti che il web ti suggerisce, sua figlia, l’ adolescente che lo spiattella sui suoi social e se proprio sei fortunello potresti trovare la stessa Sig.ra Lilly di Caserta che lo documenta con foto esplicite censurate da smile o stelline. 
Forse è questo il nuovo livello super avanzato di marketing: il porno censurato.
Influencersss state attente che non basterà più mostrare due tette e un bacio al tramonto, non vi pagheranno più se non venite dall’altra parte con noi.

Se ci vedete del moralismo siete fuori strada, a me il sesso piace ma è mio. Stop. Non c’è nulla da aggiungere.

L’altra questione interessante da analizzare sta nella scelta delle coppie tutte diverse sia per etnia che per orientamento sessuale.  Chi ha visto la serie netflix Sense8 ( vedi immagine di copertina ) ha già capito tutto. In un mondo che è stato globalizzato ancor prima di essere pronto ad esserlo, l’adattamento passa attraverso la tolleranza, quella stessa tolleranza che uso come un mantra in negozio quasi ogni giorno, ossia la tolleranza verso l’essere umano in generale con tutte le sue peculiarità. Non è una questione di etnia o di gusti sessuali, è una banalissima questione di fragilità umana che ci rende terreni e goffi, sopportiamoci o amiamoci, la perfezione è inquietante, non si può esserne affascinati superati i 15 anni!

Certo, sembra semplice e scontato ma evidentemente se molti artisti contemporanei sentono la necessità di comunicare un cambiamento che ai più sembra ormai radicato è evidente che esistono altri più che ancora non lo conoscono.  Ahimè, esistono ancora dei più che nelle differenze vedono il male e non la crescita. Ed ecco perchè la scelta di persone che non sono sul pianeta “modello estetico impossibile da raggiungere” è ancora più significativa.
La normalità non dovrebbe essere spiegata, esiste.

Comunque, bando alle ciance, la questione vera dopo tutto questo inutile preambolo è.

Mi candido ufficialmente, anzi candido ufficialmente Love Retrò per la nuova era di marketing. Volontari o volontarie? Tranquilli siete pixelati, vende l’idea, come al solito. Non voglio scandali. Poco importa del viso, se volete una maschera non disdegno, protetti e pixelati…cosa aspettate a candidarvi? Il premio è la popolarità di un volto nascosto.

Potrete essere i futuri Daft Punk nudi e pixelati.

i-D magazine ; Erica Euse ; Eckhaus Latta ; Heji Shin ; Non conto fino a dieci, per la citazione “But pig miseria!”

Guida rapida ai saldi vintage

Guida rapida: approfittare degli sconti in un vintage shop.

Il vintage è per definizione passato, i saldi non fanno parte di questo mondo. Tutto ha già un prezzo inferiore rispetto al “nuovo”, a meno che non sia un pezzo raro, introvabile, speciale, che chiaramente esula dai saldi. Ma poi, realmente crediamo ancora che esistano i saldi?
No, sul serio, riceviamo continuamente promozioni, sconti da qualunque parte per qualsiasi cosa, viviamo nell’era del coupon facile e dobbiamo accalcarci come dei disperati nei soliti negozi? Quegli stessi noti negozi che hanno le solite cose a prezzi comunque bassissimi, sempre, che neppure un elastico per capelli! Io lo trovo assurdo questo pazzo mondo fatto di fumo. Ancor di più perchè ho scelto una nicchia di mercato che si nutre della ricerca, di qualcosa che non è in serie, lo so che sono fuori tema nel 2017, ma questa dello sconto selvaggio è una politica che non condivido. Che poi, quando posso, alle mie clienti, molte di loro diventate amiche, lo sconto lo faccio. Nella misura che posso. Senza percentuali precise, non stiamo mica parlando di mutui e tassi d’interesse! Se poi l’amica in questione ama di un amore folle l’oggetto che sta per acquistare, io ci tengo proprio che se lo porti via con se, poi lo rivedo ogni tanto ed è come averlo spostato più che venduto. Dunque basta con sconti selvaggi che declassano la persona singola a massa informe. Lo sconto selvaggio, procura solo selvaggi.

Rovina il mondo, fa impazzire le menti sane, ti fa credere di essere il più furbo di tutti.

Il prezzo che stiamo pagando è ben più caro dell’originale non scontato, ci stiamo tuffando nel secolo contemporaneo senza tapparci il naso, affoghiamo nella malsana convinzione di poter sempre avere tutto, senza mai scoprire la delizia di una rinuncia o di una conquista.
Oltre al fatto che sconti e promozioni continue, addirittura al 50% fuori saldi, sono sintomo di una bella e buona presa per il culo sui prezzi, vince sempre lo squalo sul pesciolino, che sia commerciante o consumatore., non c’è ruolo definito se siamo a nostra volta commercianti o consumatori,  entrambi i ruoli se comprano, sono afflitti dal mercato Scorretto.

Comprare sempre con gli sconti farà implodere il libero mercato, eliminerà a poco poco le diversità, o le renderà talmente deboli che nessuno avrà più fiducia a crearla questa tanto tanto odiata diversità. Epppppoi, mi sembra arrivato il momento di parlarne. A cuore aperto. Vorrei denunciare una problematica che affligge da sempre i commercianti di “robe vecchie”:
perchè quando è vintage bisogna barattare?
C’è roba vecchia e c’è roba vintage. Il baratto è usanza di altri luoghi.
Oppure siamo in un enorme Suq – Show e non me ne sono ancora resa conto?
Io provo a fare qualche sconto, ma con questa brutta abitudine che hanno inculcato nella testa delle persone,  il mio sconto non basta mai. Comincia il suq-show. Maledizione, il mio sconto è reale, faccio quello che posso e quando posso, possiamo per favore saltare la tarantella del baratto? Che tra parentesi avviene anche se il prezzo del cartellino è, appunto, già scontato.

Wiki dice che: Per saldi si intendono le vendite di fine stagione con prezzi scontati di capi di abbigliamento ed accessori. Solitamente avvengono in due periodi dell’anno: a inizio gennaio dopo le feste natalizie per l’abbigliamento invernale ed i primi di luglio per quello estivo.

Ecco, io faccio questi di saldi. Quelli veri, che ti danno soddisfazione perchè sai che non ci saranno altre occasioni fino all’anno venturo. Anche i saldi li amo vintage.
Quei saldi di un tempo, quelli che ti facevano uscire da un negozio sentendoti la vincitrice, quei saldi che esistevano prima che la politica di sconto adottata metodicamente da centri commerciali e libero Scorretto mercato ci facesse tutti piombare nella melma del qualunquismo, basta che sia scontato.
Poco importa se compri un oggetto che ti piace sul serio, basta che sia scontato.

Ho smesso, grazie. Anzi posso dire fieramente che non ho mai cominciato. Sono una polla! Preferisco avere meno, preferisco avere quello che merito, anche quello che non posso avere subito: l’oggetto del desiderio, non la scascionata di cose inutili che troverò sempre uguali quest’anno e l’anno dopo e dopo ancora.

Si, perchè dietro a promozioni continue che hanno fatto perdere di vista la soddisfazione di un acquisto si cela un cambiamento sociale che sta lentamente uccidendo le diversità. I saldi hanno senso se davvero esistono due volte l’anno.
Così non sono saldi, sono giorni come altri in cui c’è più gente affamata dello sconto sullo sconto con le mani sui fianchi e lo sguardo infiammato.

Quindi smettiamola di chiedere sempre la stessa cosa ogni volta che entriamo in un negozio, tutti i giorni dell’anno, i saldi sono morti è inutile chiedere continuamente quando cominciano. Ci sono sempre, per tutti, ovunque.
Non lamentiamoci se poi, per cercare una maglia semplice ma particolare* dobbiamo arrivare ai confini del mondo con Jack Sparrow.

* cit. Laura Tanfani –Vita da commessa

Bella o Bestia?

Ho appena iniziato a leggere il libro di Fabbri “L’orizzonte degli eventi” sulle fenomenologie degli stili. Interessante. Molto, lo sto divorando.

Esco al volo per comprare in edicola l’ultimo numero di L’Officiel Italia, prima che finisca, ci tengo, è uno dei pochi magazine patinati non patinati che continuo a comprare. Lo apro, sbam! Torna tutto!

L’editoriale del fotografo Asger Carlsen, artista esposto all’ultima Biennale di Berlino, famoso per le sue immagini distorte, con lo styling di Moreno Galatà, scatta per l’Officiel Italia “Art Manipulation” interpretando le nuove collezioni in un’ottica quasi surrealista.

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La domanda è: sto guardando La Bella o la Bestia?

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Cosa ha a che fare la lettura di Fabbri con un giornaletto considerato frivolo? Si, superficiale, che ci vuoi fare, parla solo di moda. Ancora si tende a considerarla l’ultima ruota del carro delle arti, ancora, per citare il solito luogo comune, la si considera superflua. Ai più serve solo per coprirsi dalle proprie nudità. Non è proprio così. Qualsiasi oggetto-moda, compreso L’Officiel Italia, che deriva da una profonda ricerca, da ispirazione, che crea indotto e innovazione non può essere svalutato, messo sullo stesso piano dell’eterno dilemma del “cosa metto oggi?” davanti ad un armadio pieno di vestiti. Non si parla di quantità o di costo, di stupide ossessioni da fashion victims talvolta grottesche e imbarazzanti per chi le guarda oltre che per chi le indossa. Si parla di progettazione, si parla di sensibilità, di persone ispirate, di artisti a tutti gli effetti. Una collezione è un grande progetto al pari di un film, di qualsiasi arte che richieda preparazione.

Ora ci arrivo.
Torniamo alla domanda: sto guardando la Bella o la Bestia? Proprio nelle prime pagine del suo libro Fabbri manifesta la necessità di affrontare la moda con la stessa griglia interpretativa della critica d’arte. Si dedica alla causa del Bello o alla causa della Bestia.

Cito testuali parole: “Bello è tutto ciò che rispetta i parametri di una bellezza canonica sempiterna, istintivamente elegante e stilosa. Ma c’è una controparte ben più radicale, simbolicamente allacciabile alla metafora della Bestia..ecc. Vogliamo cambiare i connotati del corpo o preferiamo ricoprirlo con un’altra pelle? Lo desideriamo tattile, diverso, potenziato rispetto alle dotazioni che ci ha regalato Madre Natura, o vogliamo abbellirlo per farci semplicemente più seducenti?”

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Non si può negare che l’estetica faccia parte dell’arte, nel caso della moda la ricerca del bello passa attraverso sperimentazione di forme, e come ci spiega Fabbri, forme talora bestiali, dove la seduzione sta nell’interpretazione. Un po’ come realismo e astrattismo. Il senso è che l’oggetto-moda è il mezzo espressivo che può diventare un’immagine d’arte, interpretabile o chiara che sia, un’immagine che trasmette un concetto.

La riflessione deve scaturire anche sfogliando una rivista, se pur riduttivo chiamarla in questi termini, perchè la chiave della comprensione della cultura moda consiste nell’osservazione, senza snobismi di sorta.

 

 

E se un artista della scena mondiale che nello specifico non ha che fare con la moda, ma che ne entra a far parte considerandola una delle tante espressioni figurate per veicolare la propria visione artistica, com’è possibile considerare ancora la moda un’arte minore?
Analizziamo gli stilisti considerandoli i Van Gogh del secolo nascente e del XX appena passato, diffidiamo dalle foto di outfit fatti e finiti che portano lo street style ad una condizione inferiore di quello che è stata fino all’avvento del fenomeno blogger.

Certo, l’osservazione parte dalla strada, ma se nella strada non c’è più spontaneità, forse dovremo stare attenti a non perdere di vista tutte le forme d’arte che ci fanno istintivamente chiudere gli occhi per immaginare.

Link: L’Officiel Italia

A come Abbronzatura

Da circa 5 o 6 anni a questa parte non prendo più sole. Ne prendo poco, in città, la sera al mare al calar delle tenebre. Ho scoperto la protezione 100 e gli ombrelloni, l’acqua quando il cielo è nuvoloso è più calda. In sintesi è il sole che mi scoccia, il caldo, il sudore, gli eritemi della pelle.

Molti mi danno della snob, altri mi dicono che faccio bene chè sto invecchiando (grazie), tutti son convinti che un pò di colore smorzi il grigio candore, altri che l’abbronzatura blattesca sia volgare, la via di mezzo, il sole fa male, il sole fa bene…decidetevi! Insomma, il dilemma dell’essere o non essere abbronzati non si risolve. Nel 1928 Vogue lancia il dibattito “Essere o non essere abbronzati”, ma nel 1939 l’abbronzatura è già in pieno uso e consumo.

Ho scoperto che dai primi del 900 ad oggi la moda dell’abbronzatura è un’altalena che qualche volta va e qualche anno dopo dovresti fare lo sbiancamento della pelle.

Dipende dai cambiamenti socio-culturali ed è interessante come le varie maison di cosmesi e abbigliamento riflettano decisioni che arrivano da un cambiamento radicalizzato dall’alto. Chi contagia cosa non importa, il marketing dei prodotti di largo consumo diventa uno strumento politico, inconsapevolmente per quasi tutti i consumatori, per propinarci uno stile di vita.  b557bdd6ca652d9d9901482aaca4d0e0
Nel 1936, secondo i canoni del fascismo, un corpo abbronzato è un corpo in salute che fa sport ed è bello. Cesare Meano scriveva nel Commentario Dizionario della Moda che l’abbronzatura corrispondeva alla voce sport, palese propaganda fascista in procinto d’insediarsi perfino nelle scelte estetiche. Pacchetto completo di uno stile di vita: branding.

La leggenda narra che in Francia la moda del colorito bronzeo fu lanciata da Chanel. Negli anni 30,  torna a Parigi dorata dal sole della costa azzurra e decide di liberare le donne da velette e ombrellini ingombranti. Scoppia così una nuova tendenza: l’abbronzatura diventa sinonimo di viaggio, di vacanza, di ricchezza.

Altro che plebe scuretta vista malignamente dalle antiche classi aristocratiche! Così in tutta la storia dell’arte sino alle donne paffute dell’800 per terminare con le donne atletiche di inizio ‘900. Tutte sempre con un unico segno distintivo, la pelle bianca. d1c39faca34ee2dda2db787be1402a57

La solfa iniziò a cambiare verso la fine dell’ 800 quando nacquero i primi movimenti naturisti e nudisti. La tendenza veniva dall’Europa del Nord dove il sole è poco, notoriamente poco aggressivo, le città diventavano più grandi, le case più piccole, la necessità era di stare all’aria aperta. Poi, nel 1900, una coppietta hipster dell’epoca Henry Oedenkoven (belga) e Ida Hofman (tedesca), fondò una colonia utopista di stampo socialista basata sul vegetarianesimo e sull’elioterapia. Quando nel 1903 il premio Nobel per la Medicina fu vinto dal danese Niels Ryberg Finsen che aveva curato con successo la tubercolosi della pelle con la terapia della luce, si cominciò a prescrivere bagni di sole a tutti i bianchicci malaticci magrucci. La vita all’aria aperta e lo sport erano diventati valori.

Le prime lampade abbronzanti nacquero nel 1910 per fini medici. Il primo solare lo inventò lo stilista Patou nel 1927 e da quel momento in poi tutto andò a rotoli, da una doratura moderata si arrivò ben presto ad un’arrostitura in cartapècora.

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Tra gli anni 60 e gli anni 80 i veri pallidi erano infatti i poveri e gli intellettuali, ci fu un’esasperazione dell’abbronzatura tradotto in cosmesi con terre e fondotinta improponibili. Effetto Magda, la zia di Tutti pazzi per Mary. Oggi potrebbe essere effetto Donatella, la sorella sempre un passo indietro del compianto Gianni.  Dovremo aspettare il minimalismo degli anni 90 che, con l’avvento della chirurgia plastica facciale, trasmette un nuovo modo di rivalutare il corpo: il sole distrugge il lavoro del chirurgo.

Oggi è come tutto ciò che ci circonda, fluido, libero, non c’è una moda precisa, ce ne sono diverse che possano accontentare tutti. Salute o bellezza a parte.

 

Poiret, l’illuminato

La moda è progettazione, sintomo dell’esigenza di un cambiamento sociale e culturale.

Progettare una collezione di moda significa progettare uno stile di vita, pensare all’intero messaggio che si desidera comunicare riflettendo a 360° sui mezzi da utilizzare per divulgarlo.
Non parlo semplicemente del branding. Ancor prima delle fashion blogger esistevano artisti che raccontavano il loro tempo attraverso la creazione di un abito.

Poiret, tanto per dire.
Il rivoluzionario Paul, che nei primi del 900 disegnò geometrie fluttuanti a dispetto di busti e laccetti sadici che costringevano le donne in armature pericolose perfino per la salute. Rotture di costole e tisi erano tra i disastri più frequenti dell’essere alla moda nella Belle Èpoque.

La moda diventa un ripensamento del comportamento femminile, una rivoluzione totalitaria.
Come quasi sempre accade del resto, lo riscontreremo con Chanel negli anni 30 e con Armani, Krizia e Moschino nell’Italia degli anni 80 ecc. ecc. ohmygosh quanto ci sarebbe da dire! Stop, torniamo a noi, anzi a lui.
Poiret elimina il bustino, la costrizione all’immobilità della donna, immobilità sociale inclusa.
I suoi figurini danzano, rappresentando così quella disinvoltura affascinante che tanto ricorda la femme fatale dei ruggenti anni 20. Pantaloni harem, gonna humpel, turbanti, mantello-kimono, odalische ammalianti e sensuali spazzano via clessidre ingessate.

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********: Creation de Paul Poiret tiree de "Les Robes de Paul Poiret", dessin de Paul Iribe. 1911. Volterra, Baths*** Permission for usage must be provided in writing from Scala.

Abiti dai tessuti leggeri e svolazzanti vengono letteralmente promossi attraverso figurini fluidi che ne evidenziano maggiormente la linea sciolta e naturale. Lo stilista aveva capito l’importanza della promozione e dell’interattività artistica, non a caso per i disegni delle sue creazioni si avvaleva di famosi illustratori come Paul Iribe e George Lepape. Trascina con se perfino la truppa dei coloristi Fauves e influenzato soprattutto da Derain, contrasta le sfumature pastellate dei suoi colleghi, Worth incluso.

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Alla faccia del branding come lo conosciamo oggi!

Il sarto che coordina il proprio marchio.
Dall’importanza del figurino al prodotto finito, fino alla promozione per raggiungere la vendita.

Si può dire che Poiret segnò il passaggio dall’essere un sarto, al divenire un imprenditore.

Oltre all’illuminazione creativa, possedeva un grande fiuto per gli affari: si occupava di tenere i contatti con le riviste dell’epoca, la Gazette du bon ton in primis; ideava da sé le grandi vetrine del suo atelier, curava le scelte commerciali e fu il primo ad organizzare défilé itineranti per l’Europa, con nove mannequin, per promuovere le proprie creazioni. Come le più navigate maison odierne, lanciò nel mercato diversi profumi facendo realizzare le boccette da…niente #popodimeno che il grande Lalique.

Raoul Dufy per l'atelier MartineSpaziava perfino nella creazione di tessuti d’arredo interfacciandosi sempre con gli esperti sul campo, Raoul Dufy per citarne uno. Fuori dalle convenzioni parigine aprì una scuola d’arte che prese il nome da una delle sue figlie: Martine. Reclutò bambini di 11 anni lasciati liberi di esprimersi con i colori senza insegnanti che bloccassero la loro verve pura. Sulla base dei pattern che saltavano fuori dalla loro creatività venivano poi realizzati tessuti e tappeti.

 

Altri suoi illustri colleghi hanno seguito poi le sue orme, ma lui fu il precursore, il rivoluzionario.

Depop, il tuo negozio da borsetta

Costanza e pazienza. Molto vero, ma ho già una certa età e inizio a pensare che venderò il mio primo pezzo su Depop mentre brindo ai 50!
Depop è un’applicazione per smartphone che ti permette di vendere e acquistare da privati, diventata popolare grazie al coinvolgimento di blogger più o meno famose e ultimamente utilizzata anche dalle celebrities per fare beneficenza.
Team marketing di depop ti meriti un 10 con lode!

L’idea è geniale, è smart come tutto ciò che ci circonda oggi.
Talmente tanto smart che vince non esserlo, linguaggio e foto compresi. Solo la parvenza è quella di una foto semplice, buttata lì.
Le regole estetiche da seguire sono ben lontane dalla veloce casualità, piuttosto studiate direi: foto con luce naturale, sfondo preferibilmente neutro, pochi orpelli. L’importante è che l’occhio di chi guarda abbia l’immediata percezione di ciò che vuole acquistare.

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Tutto deve essere subito chiaro nel primo scatto.
Poi bisogna sperare che l’applicazione ti scelga più volte per la bacheca dei “scelti da noi” in modo da avere visibilità.
Poi bisogna sperare che dopo la visibilità arrivino le vendite.

Impegno, talento social, fortuna.
Nasce per vendere socializzando, con quella socialità dei social s’intende, piena di cuori e faccine. Non lo so ancora se mi piace.
Per il momento c’è una cosa che mi piace più di tutte: frugo costantemente dentro un grande armadio dove ci sono pure le mutandine di Dita von Teese, un sogno! (si, c’è anche lei su depop)

link utili: Alessandra Pepe per Momastyle, Hub09 , Carlo Pallavicini  per Il Messaggero.

Muru Muru

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Muru Muru, da un’idea della fotografa Fiorella Sanna nascono dettagli del mondo da attaccare alle pareti. Come un ricordo, un flashback, un indizio. La storia la decidi tu.

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Sono fotografie trasferite su tela attraverso una particolare tecnica artigianale che con quelle sbavature e graffi conferisce all’immagine un fascino quasi vintage. Non a caso sono appesi ai muri del mio negozio e non a caso è nata una collaborazione che potrebbe dare inizio a nuovi Muru Muru a tema…

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Fiorella definisce i suoi Muru Muru: racconti brevi da parete.

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…a me piace chiamarli: poesie da muro 😉

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Lollove, ti aspettavamo

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Sono particolarmente legata all’uscita di Lollove in cartaceo, anzi non vedo l’ora di sfogliarlo. Intanto l’aspettavo da molto ( non da sola ) e poi, qualche anno fa, avevo felicemente ospitato una mostra in negozio della fotografa Stefania Paparelli che per l’occasione ideò una serie di finte copertine di Lollove con ritratti patinati ispirati al glamour anni 70. Esperimento ben riuscito, nonostante la morte prematura della mia orchidea, che si vide decapitata dal mobile sul quale erano esposte le t-shirt con le grafiche del magazine, ancore troppo leggere per un mobile troppo instabile! Ah, fossero già esistiti i tomi in carta per quel giorno!

Le copie cartacee del n° 0 e dell’inedito n°1 verranno presentate giovedì 5 maggio 2016 tra il nuovo spazio espositivo Lab-A in via S.Domenico e il Bar Florio, poco più avanti. L’evento si svolgerà per tutta la via S.Domenico : nella postazione con i magazine in piazza avrete la possibilità di portare a casa la vostra copia, potrete visitare una mostra legata a Lollove al Lab-A e infine ascoltare il dj set di Raver Jewish e Dani Garzia al Florio.

Welcome

 

Benvenuti nel mondo di Love Retrò!

Love Retrò è una romantica boutique tra vintage e contemporaneo nel cuore del quartiere storico di Villanova a Cagliari. Il vintage, per me, racchiude il lato romantico della moda, è ciò da cui tutto ha avuto inizio, ma può diventare un nuovo punto di partenza. Per questo motivo ho scelto un quartiere della mia città recentemente riqualificato che porta con se un’innovazione intrisa di storia. Passeggiando per le vie di Villanova si respira una poesia che pochi posti al mondo ti regalano: gli abitanti sorridono a facce conosciute, turisti incuriositi si perdono tra i balconi fioriti, botteghine, negozi ben curati in spazi contemporanei e antichi barbieri.
Il video mostra un quartiere che è insieme cornice e protagonista, sfondo e palcoscenico per le persone che lo animano.
Una delle tante anime di Villanova è un bar, presente anche nel video,al quale sono particolarmente affezionata per l’accoglienza speciale che riserva a chiunque entri: il bar Florio. Con spontaneità ha saputo portare al quartiere una ventata di freschezza e di familiarità restaurata. Ma in ogni innovazione, per me, non entra in gioco la sola novità. Al contario l’innovazione è spesso una reinterpretazione del passato più remoto. Si scopre dunque, accanto al negozietto di alimentari, uno studio di tatuaggi, Hardcore Tattooing, che affida al tattoo il simbolo di quella modernità  nata molti secoli fa.
Così Villanova continua a darti la sensazione di attraversare la storia oggi e come succede nelle grandi metropoli ti ritrovi a vivere in un piccolo paese dentro una città.