Poiret, l’illuminato

La moda è progettazione, sintomo dell’esigenza di un cambiamento sociale e culturale.

Progettare una collezione di moda significa progettare uno stile di vita, pensare all’intero messaggio che si desidera comunicare riflettendo a 360° sui mezzi da utilizzare per divulgarlo.
Non parlo semplicemente del branding. Ancor prima delle fashion blogger esistevano artisti che raccontavano il loro tempo attraverso la creazione di un abito.

Poiret, tanto per dire.
Il rivoluzionario Paul, che nei primi del 900 disegnò geometrie fluttuanti a dispetto di busti e laccetti sadici che costringevano le donne in armature pericolose perfino per la salute. Rotture di costole e tisi erano tra i disastri più frequenti dell’essere alla moda nella Belle Èpoque.

La moda diventa un ripensamento del comportamento femminile, una rivoluzione totalitaria.
Come quasi sempre accade del resto, lo riscontreremo con Chanel negli anni 30 e con Armani, Krizia e Moschino nell’Italia degli anni 80 ecc. ecc. ohmygosh quanto ci sarebbe da dire! Stop, torniamo a noi, anzi a lui.
Poiret elimina il bustino, la costrizione all’immobilità della donna, immobilità sociale inclusa.
I suoi figurini danzano, rappresentando così quella disinvoltura affascinante che tanto ricorda la femme fatale dei ruggenti anni 20. Pantaloni harem, gonna humpel, turbanti, mantello-kimono, odalische ammalianti e sensuali spazzano via clessidre ingessate.

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********: Creation de Paul Poiret tiree de "Les Robes de Paul Poiret", dessin de Paul Iribe. 1911. Volterra, Baths*** Permission for usage must be provided in writing from Scala.

Abiti dai tessuti leggeri e svolazzanti vengono letteralmente promossi attraverso figurini fluidi che ne evidenziano maggiormente la linea sciolta e naturale. Lo stilista aveva capito l’importanza della promozione e dell’interattività artistica, non a caso per i disegni delle sue creazioni si avvaleva di famosi illustratori come Paul Iribe e George Lepape. Trascina con se perfino la truppa dei coloristi Fauves e influenzato soprattutto da Derain, contrasta le sfumature pastellate dei suoi colleghi, Worth incluso.

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Alla faccia del branding come lo conosciamo oggi!

Il sarto che coordina il proprio marchio.
Dall’importanza del figurino al prodotto finito, fino alla promozione per raggiungere la vendita.

Si può dire che Poiret segnò il passaggio dall’essere un sarto, al divenire un imprenditore.

Oltre all’illuminazione creativa, possedeva un grande fiuto per gli affari: si occupava di tenere i contatti con le riviste dell’epoca, la Gazette du bon ton in primis; ideava da sé le grandi vetrine del suo atelier, curava le scelte commerciali e fu il primo ad organizzare défilé itineranti per l’Europa, con nove mannequin, per promuovere le proprie creazioni. Come le più navigate maison odierne, lanciò nel mercato diversi profumi facendo realizzare le boccette da…niente #popodimeno che il grande Lalique.

Raoul Dufy per l'atelier MartineSpaziava perfino nella creazione di tessuti d’arredo interfacciandosi sempre con gli esperti sul campo, Raoul Dufy per citarne uno. Fuori dalle convenzioni parigine aprì una scuola d’arte che prese il nome da una delle sue figlie: Martine. Reclutò bambini di 11 anni lasciati liberi di esprimersi con i colori senza insegnanti che bloccassero la loro verve pura. Sulla base dei pattern che saltavano fuori dalla loro creatività venivano poi realizzati tessuti e tappeti.

 

Altri suoi illustri colleghi hanno seguito poi le sue orme, ma lui fu il precursore, il rivoluzionario.

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